Il secondo stadio del razzo cinese Lunga Marcia 5 è caduto nell’Oceano Indiano. Che cosa può insegnarci questa vicenda sul futuro delle attività spaziali? L’intervista a Ettore Perozzi dell’ASI  

06 Maggio 2021

Prima di tutto, non è un ‘razzo cinese’. Quello che nei giorni scorsi ha guadagnato i titoli dei giornali è in realtà il secondo stadio del lanciatore Lunga Marcia 5 partito lo scorso 29 aprile con a bordo Thiane, il primo modulo della futura stazione spaziale cinese.

Partiamo dai fatti noti. Pochi giorni dopo il lancio si è diffusa la notizia, poi confermata, di un rientro incontrollato dello stadio verso il nostro pianeta. La preoccupazione era che alcuni frammenti sopravvivessero all’impatto con l’atmosfera e arrivassero sulla Terra – anche se l’esito più probabile restava una caduta negli oceani, che coprono circa il 70% della superficie del nostro pianeta. E così è stato. Gli esperti hanno monitorato costantemente la situazione a livello internazionale, in modo da prevedere il più precisamente possible il momento in cui il Lunga Marcia, entrando negli strati più densi dell’atmosfera, avrebbe cominciato a disintegrarsi. Alla fine i resti del secondo stadio sono caduti nell’Oceano Indiano il 9 maggio intorno alle 6 del mattino.  Il margine di incertezza, poi progressivamente ridotto, era  di circa 18 ore. Perché una indeterminazione così grande?

«Il motivo è che, così come non si può disegnare la Terra con un tondo, non si può neppure disegnare l’atmosfera con un cerchio - spiega Ettore Perozzi, responsabile dell’Ufficio per la Sorveglianza Spaziale dell’Agenzia spaziale italiana. - le regioni superiori dell’atmosfera sono sede di vari fenomeni - ad esempio delle variazioni di ‘temperatura’ - che ne modificano l’estensione, rendendone i confini non facilmente definibili. Quindi un oggetto in caduta, come nel caso del secondo stadio del razzo cinese, si avvicina sempre più alla superficie terrestre fino a quando variazioni locali e anche molto rapide dell’atmosfera lo portano ad attraversare uno strato più denso. A quel punto avviene una brusca frenata e la susseguente la caduta. Predire questo fenomeno con settimane o anche solo con giorni di anticipo è molto difficile: quello che possiamo fare è stabilire una finestra temporale per il rientro, che diventerà sempre più piccola man mano che inseguiamo l’oggetto nella sua discesa».

Una discesa che viene spesso definita ‘caduta libera’: eppure l’espressione è impropria, dal momento che l’ingrediente determinante anche in questo caso è l’atmosfera. Che, in un certo senso, agisce da freno.

«Se fosse una vera caduta libera, cioè senza gli effetti frenanti dell’atmosfera - dice Perozzi -  l’oggetto continuerebbe tranquillamente a orbitare. Quindi, paradossalmente è proprio perché non è ‘libero’ di girare attorno alla Terra che cade. Ma non tutto quello che mandiamo nello spazio è destinato a ritornare sulla Terra: a quote maggiori di 800-1000 km ormai l’atmosfera è talmente rarefatta da non rappresentare più un ostacolo. Non è questo il caso del Lunga Marcia e per quanto si è appena detto non è facile calcolare la sua traiettoria, soprattutto nelle fasi finali. Per questo è necessaria una rete di sensori, radar e telescopi che dalla superficie terrestre ne segua continuamente la traiettoria, così da poter predire in maniera progressivamente sempre più accurata quando e dove cadrà».

A livello internazionale, si sono avviate diverse campagne di monitoraggio del secondo stadio del Lunga marcia cinese.  Per l’Italia, l’Agenzia spaziale italiana (ASI), l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) e l’Aeronautica militare partecipano a queste attività nell’ambito della Task Force del Consorzio Europeo di sorveglianza e monitoraggio dello spazio dell’Unione europea.

Traccia del Lunga Marcia ripresa dal telescopio SPADE del Centro di Geodesia Spaziale ASI di Matera (Credits: Cosimo Marzo e Luigi Muolo); si noti la variazione della luminosità dovuta alla rotazione dell’oggetto

In particolare, il centro nazionale dell’Aeronautica Militare presso Pratica di Mare - ISOC - Italian Space Surveillance and Tracking Operation Center, che raccoglie ed elabora i dati a livello europeo per gli allerta di rientro di grossi oggetti in atmosfera, ha emesso il primo rapporto sul rientro del secondo stadio del razzo, che si basa sui dati raccolti nelle scorse ore dai sensori europei. Si tratta di sensori di precisione (tracking) le cui tracce radar sono processate per ricavare l’orbita dell’oggetto.

Analoghi coordinamenti internazionali si sono già attivati in passato, ad esempio con i resti di Tiangong-1, la vecchia stazione spaziale cinese che nel 2018 è caduta senza danni nell’Oceano Pacifico.

«Il ruolo dell’ASI - commenta Perozzi - è proprio quello di portare le competenze scientifiche, tecnologiche e industriali italiane nell’ambito di queste collaborazioni internazionali. Un compito svolto con successo visto che proprio all’Italia, grazie alla collaborazione tra ASI, Difesa e INAF è affidato il compito di coordinare le campagne di rientro di oggetti spaziali nell’ambito dell’iniziativa dell’Unione Europea dedicata alla sorveglianza spaziale, attiva da alcuni anni e a cui l’ASI partecipa sin dall’inizio».

In questo campo, fiore all’occhiello della tecnologia italiana sarà il telescopio Flyeye: proprio come un “occhio di mosca” Flyeye ha un grandissimo campo di vista e sarà quindi in grado di individuare in maniera molto rapida e efficiente ciò che si muove nel cielo sotto le apparenze di piccoli punti luminosi invisibili all’occhio umano: asteroidi, satelliti artificiali e detriti spaziali.  Il che crea un ponte con un’altra importante tematica: la protezione dal rischio asteroidale.

«Il primo Flyeye, fortemente voluto dall’ASI e sviluppato dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), è ormai in dirittura d’arrivo: verrà installato in cima al Monte Mufara in Sicilia, a 1800 metri di altezza, e sarà dedicato all’osservazione degli asteroidi che transitano vicino alla Terra.

Individuando con sufficiente anticipo un oggetto a rischio di collisione, la moderna tecnologia spaziale può infatti intervenire inviando una sonda a colpire l’asteroide deviandolo quel tanto che basta a fargli ‘mancare’ la Terra.  Le prove generali avranno inizio proprio quest’anno grazie a una collaborazione tra NASA, ASI e ESA: la sonda americana DART, in partenza il prossimo novembre, avrà il compito di colpire l’innocuo satellite dell’asteroide Didymos, il piccolo LICIAcube dell’ASI riprenderà in diretta l’evento mentre qualche anno dopo la missione Hera dell’ESA si immetterà in orbita attorno all’asteroide per misurare con precisione gli effetti della “deflessione asteroidale» spiega Perozzi.

Insomma, viviamo in un periodo di grandi cambiamenti: scienza e tecnologia si rincorrono, aprendo prospettive sempre più ampie alla presenza dello spazio nella nostra vita quotidiana. Si chiama space economy, ed è davvero una sfida a livello globale.

«Il rientro del Lunga Marcia - commenta Perozzi – ci dà l’opportunità di spingere lo sguardo a un futuro ormai alle porte in cui l’accesso allo spazio attorno alla Terra, sempre più frequente e differenziato, dovrà essere regolamentato in modo da massimizzare le ricadute positive e minimizzare i rischi. Così come il trasporto aereo ha cambiato il nostro modo di viaggiare sulla Terra, le attività spaziali promettono un salto di paradigma altrettanto importante. A patto di riuscire a stabilire regole comuni: la natura stessa dello spazio ha carattere ‘globale’: nello spazio non si possono tracciare confini, come è apparso chiaro sin dal lancio dello Sputnik, il primo satellite artificiale, cui non si poteva certo impedire di sorvolare gran parte della superficie del nostro pianeta. Ma non solo: analogamente a un’altra sfida globale, quella del cambiamento climatico, ci dobbiamo porre per tempo domande sulla ‘sostenibilità’ futura delle nostre attività spaziali».

Dunque lo spazio sarà sempre più trafficato – ma esiste un limite al numero di satelliti che possiamo lanciare?

«Alcuni studi - conclude Perozzi - ci dicono che potremmo essere già arrivati a metà della ‘capienza orbitale’ dello spazio alle altitudini più trafficate. Arrivare a saturazione vorrebbe dire che il rischio di collisioni tra satelliti o con detriti spaziali diventerebbe talmente alto da impedire un uso dello spazio in una maniera utile ed economicamente vantaggiosa. Insomma anche nello spazio le parole d’ordine del futuro sono sostenibilità e cooperazione».

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