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Intervista a Ernesto Vallerani

Uno dei più grandi progettisti spaziali italiani rievoca lo sbarco sulla Luna

Ernesto Vallerani, a lungo presidente di Alenia Spazio, è stato uno dei grandi ispiratori dell'avventura spaziale italiana. Come progettista ha lasciato la sua firma, tra l'altro, sullo Spacelab e sul laboratorio Columbus. Oggi è direttore didattico del master Seeds – Space Exploration and development systems, di Torino

 

 

Professore, come ricorda quel 20 Luglio 1969?

A quel tempo era ancora vivissimo in me il segno lasciato dall’esperienza degli anni di studio passati al California Institute of Technology che mi avevano permesso di essere anche in un qualche modo coinvolto nel Programma Apollo, attraverso lo studio dell’ablazione e la progettazione delle protezioni termiche della capsula di rientro, cui partecipava l’Istituto di Aeronautica presso il quale ero impegnato. Fu un’ emozione profonda che ha lasciato un segno indelebile che ha condizionato tutta la mia vita professionale. Di rientro dagli Stati Uniti, già da anni lavoravo nello spazio in Italia nell’ambito delle nascenti attività Europee di ESRO e di ELDO; primi passi timidi ed incerti, programmi di limitata valenza, esperienze indispensabili per principianti, ma quale abisso fra l’Europa e l’America!



Dopo lo sbarco sulla Luna, che futuro si immaginava per l'esplorazione spaziale?

 

Con i trionfi delle Missioni Apollo sembrava dischiudersi di fronte a noi l’era dell’esplorazione dello spazio. Conoscevo gli studi americani per le successive missioni su Marte, che allora sembravano realizzabili in breve tempo, avevo la chiara percezione della potenzialità delle Ditte Americane coinvolte nei programmi spaziali, avevo avuto modo di apprezzare la competenza e la professionalità dei tecnici della NASA e di ammirare il carisma dei loro leaders; chi li avrebbe mai fermati ? Quel primo passo sulla superficie della Luna era una realtà che alimentava un sogno, altre imprese sarebbero seguite, altri Landers sarebbero discesi con a bordo altri uomini e perché no, un giorno anche un italiano, magari portato da un Veicolo “Made in Italy” da noi progettato, avrebbe posto piede sulla Luna. Oggi a distanza di quaranta anni quel sogno non si è ancora realizzato, gli uomini non sono ritornati numerosi sulla Luna, non si sono spinti oltre le orbite terrestri basse. Tanti successi sono stati conseguiti in prestigiosi programmi, ai quali anche noi Italiani abbiamo contribuito, ma le attese di veder espansa la sfera di azione dell’uomo oltre i confini della terra è rimasta delusa. L’impresa Apollo è rimasta un “a solo mirabile”, capolavoro di ardire, di tecnologia, di organizzazione, di lavoro di team che ha segnato il punto più alto delle imprese umane di tutti i tempi, anche se è stato ben presto dimenticato dai più e criticato da molti.



Cosa è cambiato nel settore spaziale con il Programma Apollo?


Il successo del Programma Apollo ha fatto assurgere la NASA al ruolo incontrastato di “Leader Mondiale” dei programmi spaziali, al punto da impersonificare all’occhio del grande pubblico, oltre che a quello degli operatori del settore, lo Spazio nel suo insieme.
Per lungo tempo, ed in gran parte ancora oggi, i Piani Spaziali delle Agenzie del resto del mondo sono stati influenzati da quelli della NASA, presi come riferimento per le cooperazioni internazionali o nell’ottica di sviluppare soluzioni alternative miranti alla competizione. Dopo la conquista della Luna, cui troppo presto ha fatto seguito la rinuncia da parte degli Stati Uniti a perseguire in modo deciso la continuazione dell’esplorazione dello spazio, è subentrato, a dire il vero paradossalmente, un ridimensionamento pressoché generale degli interessi che sono stati orientati alle applicazioni dello spazio dette “utili”. Per l’Europa, che a quel tempo si trovava in condizioni di grande arretratezza tecnologica, questa battuta di arresto è risultata provvidenziale perché ha permesso di sviluppare capacità autonome nel settore delle telecomunicazioni, della meteorologia, della osservazione della terra e non ultimo dei trasporti per il raggiungimento dell’orbita geostazionaria, ed ha reso possibile la realizzazione di significative missioni scientifiche, ad esclusione di quelle relative all’esplorazione dei corpi più lontani del Sistema Solare.

 

In che modo l’Italia ha risentito dell’esplorazione Lunare ?



Il nostro Paese nel settore delle attività spaziali è stato per un lungo periodo iniziale profondamente influenzato dalle scelte americane dell’era Post-Apollo; favorita dai rapporti esistenti a livello Governativo con gli Stati Uniti, la partecipazione Italiana al Programma Spacelab di cooperazione Europea al sistema di trasporto Space Shuttle Americano, è risultata particolarmente significativa ed ha aperto alla comunità scientifica nazionale la possibilità di partecipare agli esperimenti di microgravità ed alle nostre industrie di specializzarsi nella progettazione e costruzione di Moduli Pressurizzati, veri e propri Laboratori Spaziali complementari alla Navetta Orbiter, atti a sostenere la presenza dell’uomo nello spazio. Questa filiera di prodotti ha successivamente condotto all’importante ruolo svolto dall’Italia nel programma Columbus, contributo Europeo alla Stazione Spaziale Internazionale, ed allo sviluppo dei Moduli Logistici: Leonardo, Raffaello e Donatello, frutto di una stretta collaborazione Italia-USA, elementi di rilievo nella realizzazione e nella vita operativa della ISS, che hanno permesso alla nostra industria di assumere il ruolo di principale responsabile della progettazione e costruzione della parte abitata dell’intero complesso internazionale.



Cosa sarebbe successo se gli Americani non fossero riusciti nell’impresa?

Un fallimento degli Americani nella Missione Luna , per la quale si erano esposti in modo totale con le parole del Presidente J.F. Kennedy, avrebbe lasciato la porta aperta ai Russi per proseguire nei loro piani ed avrebbe aumentato il divario fra le due super-potenze che si fronteggiavano sulla frontiera dello spazio. Quale la reazione degli Americani? Difficile dirlo, ma, stante lo spirito che permeava a quel tempo gli Stati Uniti, penso che non avrebbero desistito e si sarebbero rilanciati in simili imprese con altrettanto coraggio e con dispiegamento di ulteriori risorse; l’enorme apparato industriale messo in azione per lo sviluppo del Saturno V e degli elementi del programma Apollo sarebbe stato in grado di dar vita ad un nuovo progetto di grandi dimensioni e di elevato impegno tecnologico.



Ha senso oggi tornare sulla Luna ?

A meno che l’uomo coscientemente decida di rinunciare, almeno per i prossimi decenni, alla esplorazione del Sistema Solare, il ritorno alla Luna costituisce oggi una tappa imprescindibile per assicurare l’estensione della presenza umana nello spazio.
Pensare di andare direttamente su Marte, stante lo stato dello sviluppo delle tecnologie e delle esperienze attuali, pur valutate a livello complessivo mondiale, equivale ad ingigantire un problema di per sé già complesso, ed a renderlo ancora più arduo, al punto da avere buone ragioni per giustificare l’ impossibilità di trovarne soluzioni fattibili, rimandando così nel tempo l’impresa.
Le iniziative di natura industriale e commerciale che timidamente si stanno affacciando necessitano incoraggiamento e supporto, non esclusione aprioristica dai piani e derisione, ancor prima che si sia dimostrata seriamente la loro fondatezza o meno.
A questo riguardo mi riferisco in particolare alla produzione sul suolo lunare di propellenti quali l’ ossigeno liquido ed eventualmente l’idrogeno liquido, il cui utilizzo per diverse missioni spaziali è stato da tempo proposto e la cui economicità o meno, in presenza di conclusioni contrastanti, è ancora tutta da dimostrare, tenendo conto dei lunghi tempi di realizzazione.