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LUNA DI SATURNO

Caratteristiche ‘terrestri' per i mari di Titano

I dati raccolti da Cassini sono stati utilizzati per la realizzazione di una mappa topografica che mostra alcune caratteristiche inedite della luna di Saturno

E’ distante milioni di chilometri dalla Terra, ma condivide con il nostro pianeta alcune importanti caratteristiche. Stiamo parlando di Titano, la più grande tra le lune di Saturno, protagonista di uno studio condotto dalla Cornell University e pubblicato su Geophysical Research lo scorso 2 dicembre. Nello studio si rivela che i suoi marisi trovano ad un’altitudine media proprio come accade agli oceani terrestri. La ricerca è stata realizzata grazie al set di dati fornito dalla missione Nasa-Esa-Asi Cassini che sono stati utilizzati per la stesura di una vera e propria mappa, che mostra alcune delle peculiarità della luna.

 

La mappa, che combina tutti i dati topografici di Titano ottenuti da più fonti, mette in evidenza anche la presenza di nuove montagne, tutte con altezza non superiore ai 700 metri. Punto centrale della ricerca, i mari di Titano sono composti principalmente da idrocarburi liquidi che seguono una costante elevazione rispetto all'attrazione gravitazionale della luna - proprio come gli oceani della Terra. I laghi di minore dimensione - si legge nello studio - sono situati ad altezze diverse, a volte centinaia di metri in più del livello del mare, proprio come accade ai laghi di alta quota sul nostro pianeta.

 

Le conclusioni della ricerca sottolineano che analisi di questo genere rivestono un’importanza fondamentale, dato che i mari e i laghi di Titano sembrano essere collegati da un sistema delle acque simile a quello terrestre. Nello specifico, gli idrocarburi scorrono sotto la superficie della luna in modo similare alle acque terrestri che passano attraverso le rocce porose della terra: un fenomeno che porta alla comunicazione tra laghi vicini che condividono un livello comune delle acque.

EMISSIONI SOLARI

Mercurio, la sentinella

In uno studio a firma italiana su Scientific Reports, l'andamento dell’emissione di sodio (Na) attorno a Mercurio può essere un vero e proprio campanello d’allarme nell’ambito della meteorologia spaziale planetaria

Come nella mitologia greca Mercurio era il messaggero degli dei, così oggi il pianeta Mercurio può informarci su imminenti tempeste geomagnetiche provocate dall’arrivo nell’ambiente terrestre di bolle di plasma solare, le cosiddette Coronal Mass Ejection (CME). Un lavoro appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature e guidato da Stefano Orsini, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Roma, presenta la prima prova osservativa della relazione diretta tra il transito di una CME proveniente dal Sole e la dinamica dell’esosfera del pianeta Mercurio. Questo lavoro, a cui hanno partecipato anche altri ricercatori INAF e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), indica che l'andamento dell’emissione di sodio (Na) attorno a Mercurio, così come osservato dalla Terra, può essere un vero e proprio campanello d’allarme nell’ambito della meteorologia spaziale planetaria e può fornire utilissime indicazioni sulla propagazione delle perturbazioni solari ben prima del loro eventuale arrivo alla Terra.

 

Nel lavoro viene studiato il collegamento esistente tra l’andamento della distribuzione del sodio negli strati più esterni dell’atmosfera di Mercurio e le interazioni tra vento solare, magnetosfera di Mercurio e la sua superficie. L’indagine ha utilizzato le immagini della distribuzione della intensità del sodio attorno a Mercurio prese ad intervalli di un’ora dal telescopio solare THEMIS di Tenerife (Canarie) durante 10 periodi (con buone condizioni di trasparenza atmosferica) selezionati tra il 2012 e il 2013.In quegli stessi periodi erano disponibili anche i dati della sonda della NASA MESSENGER, che all’epoca orbitava intorno a Mercurio. Frequentemente, nei dati raccolti si osservano distribuzioni di intensità che presentano due picchi, rispettivamente situati nelle regioni polari a nord e sud del pianeta. “Noi interpretiamo questi segnali come la conseguenza di precipitazioni di particelle nelle regioni in cui le line di campo magnetico convergono verso i poli di Mercurio, così come accade sulla Terra” commenta Orsini.

 

Occasionalmente, il segnale associato al sodio è invece diffuso nell’intera regione sub-solare. “Confrontando i modelli disponibili ed i dati di MESSENGER che indicano l’impatto di una CME sul debole campo magnetico contemporaneo alle distribuzioni diffuse di sodio, riteniamo che queste distribuzioni siano una chiara traccia del passaggio della Coronal Mass Ejection” conclude il ricercatore. In particolare, analizzando i profili temporali misurati da MESSENGER del flusso dei protoni e dell’intensità del campo magnetico, il team ha scoperto che le responsabili delle emissioni di sodio sono le particelle provenienti dal Sole che precipitano sul pianeta in modo diverso a seconda delle condizioni dello spazio interplanetario.

 

Questo risultato dimostra quanto sia importante studiare Mercurio, non solo come pianeta roccioso, non solo per le importanti implicazioni che la sua orbita induce nel campo della gravitazione e della relatività generale, ma anche per la dinamica dell’eliosfera e delle tempeste magnetiche terrestri provocate dall’attività solare, che possono causare interruzioni di funzionamento degli apparati tecnologici sul nostro pianeta, sia a terra che nello spazio.

 

“La missione ESA-JAXA BepiColombo, che partirà per Mercurio il prossimo mese di ottobre porterà 16 strumenti distribuiti su due satelliti che ci aiuteranno a capire Mercurio con grande dettaglio” aggiunge Orsini. “Ci auguriamo che questa ambiziosa missione sia accompagnata da accurate campagne di misura da Terra. Comunque, non v’è dubbio che i risultati che ci fornirà BepiColombo avranno una portata epocale nel quadro dell’esplorazione del nostro Sistema solare, alla ricerca delle nostre radici”.

 

“Con questo studio ASI conferma la propria attenzione ad una sempre più stretta integrazione fra le attività scientifiche ed i loro potenziali usi applicativi” conclude Christina Plainaki, ricercatrice dell’Agenzia Spaziale Italiana coinvolta nello studio. “In particolare, questa indagine è un esempio di come le misure acquisite per lo studio del pianeta Mercurio possano fornire importanti indicazioni sulle condizioni - potenzialmente critiche - che si vengono poi a creare nelle vicinanze della Terra o in altri luoghi del nostro Sistema solare dove i nostri satelliti si trovano ad operare. Le metodologie della ‘meteorologia spaziale’ possono pertanto aiutare i nostri ingegneri a gestire in maggiore sicurezza e con maggiore affidabilità sistemi tecnologici sempre più importanti per la nostra società”.

REVIEW SEGMENTO DI TERRA

Semaforo verde per JUICE

La revisione delle strumentazioni scientifiche che gestiranno la missione dalle stazioni di terra soddisfa i requisiti necessari

La missione JUICE (Jupiter Icy Moons Explorer) dell'ESA ha superato con successo la review dei requisiti del segmento di terra, ovvero l'insieme di infrastrutture e applicazioni che consentono la gestione e l'utilizzo della missione dalle stazioni di terra, tagliando così un traguardo importante.

 

"Con questa review di successo, abbiamo confermato che finora tutte le attività stanno procedendo come previsto ", afferma Olivier Witasse, scienziato ESA.

Questo è uno step fondamentale per la buona riuscita di una missione. Durante una missione spaziale infatti, la maggior parte del lavoro è condotto da ingegneri e scienziati sulla Terra che pianificano le attività, monitorano, comandano e comunicano con i veicoli spaziali. 

 

Il comitato di revisione ha verificato che le operazioni sia del veicolo spaziale che del carico utile fossero pienamente soddisfacenti. Un'attenzione particolare è stata dedicata agli strumenti che fanno parte del carico utile di Juice e a tutte le fasi della missione, dalle misurazioni della calibrazione durante il lungo viaggio fino alle impegnative operazioni nel sistema di Giove. 

 

Come parte della revisione, sono stati trattati anche il concetto e il design della missione e tutti i dettagli relativi all'organizzazione del lavoro, dall'approvvigionamento alla programmazione e alla gestione generale, verificando inoltre che siano state identificate potenziali aree critiche e definite le opportune misure di riduzione dei rischi. Un'ulteriore revisione della progettazione del segmento di terra è prevista per la fine del 2018 insieme a nuovi test e simulazioni di lancio.


 

Il lancio della missione è in programma nel 2022. La sonda raggiungerà Giove dopo un viaggio di sette anni. Passerà tre anni e mezzo a esaminare la turbolenta atmosfera del gigante gassoso, la sua magnetosfera, il tenue sistema di anelli e i suoi satelliti. Questi ultimi, in particolare, saranno oggetto di particolari attenzioni da parte di JUICE. La missione studierà, infatti, le lune ghiacciate Ganimede, Callisto ed Europa, sotto le cui croste gelate si pensa siano ospitati oceani d’acqua. Habitat potenzialmente compatibili con la vita. La fase finale della missione sarà rappresentata da un tour di otto mesi intorno a Ganimede. Sarà la prima volta, dopo la Luna, che una navicella spaziale orbiterà intorno a un satellite del Sistema Solare.


 

La missione sarà equipaggiata con dieci strumenti all’avangurdia - come camere ad alta risoluzione, altimetri laser, radar per penetrare la superficie ghiacciata e sensori per studiare il campo magnetico e le particelle cariche - tra cui RIME (Radar Sounder for Icy Moons Exploration) il cui sviluppo è stato affidato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e a Thales Alenia Space. Sono realizzati con il supporto dell’ASI e con il contributo tecnologico di Leonardo anche la camera ad alta risoluzione JANUS e lo spettrometro MAJIS, a dimostrazione dell’importante ruolo dell’Italia nella missione.

 

 

#SpaceTalk: Fermi fa poker di Rossi

Il satellite #Nasa a forte connotazione italiana si aggiudica il quarto #BrunoRossiPrize. Ne abbiamo parlato oggi a #SpaceTalk con Angelo Antonelli, direttore dell'Osservatorio astronomico di Roma e Paolo Giommi senior scientist dell'Asi

FINO AL 29 GENNAIO

Matera, prorogata l'apertura della mostra su Marte

Visto lo straordinario successo la mostra 'Marte. Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso' rimarrà aperta fino alla fine del mese di gennaio

Dato lo straordinario successo, soprattutto tra le scuole della provincia di Matera, della mostra 'Marte. Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso', inaugurata a Matera presso il Museo Archeologico Nazionale 'Domenico Ridola' lo scorso 8 novembre, il Polo Museale della Basilicata insieme alla Fondazione Matera Basilicata 2019 e all’Agenzia Spaziale Italiana, promotrice della mostra, hanno deciso di prorogare l’esposizione interattiva sino alla fine del mese di gennaio. Altre due settimane per potersi immergere nell’atmosfera affascinante del pianeta rosso comprendendo le vicende dell’esplorazione spaziale.


Ricordiamo che l’idea che guida la mostra ideata e promossa da ASI, per la cura di Viviana Panaccia e il coordinamento di Francesco Rea e allestita nel Museo Archeologico Nazionale tra i reperti che raccontano la storia più antica del territorio materano, è quella di avvicinare le scoperte scientifiche e la conoscenza dello spazio ad un pubblico più vasto di quello degli specialisti: una sfida straordinariamente importante che incontra le prospettive e gli orientamenti del Polo Museale e della Fondazione Matera - Basilicata 2019 in relazione all’accessibilità culturale e alla condivisione democratica della conoscenza.


Una mostra di respiro  internazionale, premessa di quello che Matera farà l’anno prossimo, che il Polo Museale ha inteso promuovere insieme alla Fondazione anche per collegare la tradizione archeologica del museo statale più antico della regione con l’innovazione scientifica rappresentata dal Centro di Geodesia Spaziale e dal Centro Spaziale di Matera, tra le più importanti eccellenze del territorio.


Come è stato detto all’inaugurazione della mostra alla presenza del Segretario Generale del Mibact architetto Carla Di Francesco venuta a Matera insieme al coordinatore governativo di Matera-Basilicata 2019 Salvo Nastasi, la grande mostra apre la strada all’ampio progetto di riallestimento del Museo archeologico di Matera, fondamentale per riconsegnare alla comunità una nuova narrazione e restituzione delle importanti collezioni conservate.


“Per il Polo, ribadisce Marta Ragozzino, questa mostra è l’avvio di un impegnativo percorso di ripensamento e riallestimento, un grande progetto culturale che vorremmo mettere a disposizione e condividere con la comunità per rendere il Museo Ridola più aperto, accessibile, comprensibile, coinvolgente e capace di parlare a tutti. Un museo di tutti e per tutti, che vorremmo vivere meglio insieme”.

 

 La mostra rimarrà aperta fino al 29 gennaio 2018.

STUDIO SU SCIENCE

Siti marziani ricchi di ghiaccio nel mirino di MRO

Otto aree attorno ad una zona erosa rivelano presenza di strati distinti di ghiaccio d'acqua, formati relativamente di recente

Un tempo sul pianeta rosso scorreva acqua. Ormai gli scienziati sono certi del passato ‘umido’ di Marte e i nuovi dati provenienti dalle sonde marziane continuano a confermare la presenza di strutture scolpite da antichi corsi d’acqua.

 

L’erosione del terreno ha fatto emergere nel corso del tempo depositi di ghiaccio d’acquapresenti sotto la superficie a partire da uno o due metri di profondità fino a 100 metri. Il ghiaccio è un obiettivo fondamentale per la scienza e la geomorfologia moderne perché da esso è possibile risalire ai cambiamenti climatici che hanno investito il pianeta e a come sia cambiata e cambierà la sua abitabilità, e potrebbe essere una potenziale risorsa per l’esplorazione umana futura. Mentre è ormai noto che tracce di ghiaccio sono presenti in alcuni siti marziani, rimangono in sospeso molte domande circa la loro stratificazione, spessore ed estensione.


 

In un nuovo articolo pubblicato su Science, un team di scienziati dell’American Association for the Advancement of Science ha analizzato i dati della sonda Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) individuando la presenza di ghiaccio sotto la superficie di otto aree distribuite attorno ad una zona erosa.

 

Le fratture e gli angoli più ripidi indicano che il ghiaccio è coeso e solido. Inoltre le variazioni di colore suggeriscono che il ghiaccio contiene strati distinti che potrebbero essere utilizzati per comprendere i cambiamenti del clima marziano nel corso del tempo - gli stessi strati di ghiaccio si sono probabilmente formati dalla neve accumulata nel tempo. Poiché sulla superficie degli otto luoghi analizzati dal team sono presenti pochi crateri, gli autori ipotizzano che il ghiaccio si sia formato relativamente di recente.

 

Le immagini scattate nel corso di tre anni rivelano enormi blocchi di roccia ghiacciata che in passato, durante l’erosione, sono caduti, portando i ricercatori a stimare che il ghiaccio si sia ritirato di alcuni millimetri anno per anno, estate dopo estate.


 

Le informazioni di MRO, lanciata da Cape Canaveral il 12 agosto 2005, sono state prese in considerazione anche nella prospettiva di missioni umane sul pianeta; uno dei principali strumenti a bordo della sonda, SHARAD (SHAllow RADar), è stato sviluppato in Italia e fornito alla NASA dall'Agenzia Spaziale Italiana come Facility Instrument.  

ASITV: Viaggio al centro della Via Lattea

Un video realizzato grazie ai dati raccolti dall'osservatorio Nasa Chandra e dal telescopio VLT dell'Eso accompagna gli spettatori in un suggestivo tour al centro della nostra galassia

ASITV

ASITV: Il video dell'anno

Eventi, mostre, nuove edizioni, collegamenti in tutto il mondo e con lo spazio: il 2017 è stato ricco di emozioni, trasmesse ogni giorno su AsiTv. Eccole raccontate in 5 minuti nel nostro video dell'anno

L'ANNUNCIO A TORINO

Asteroide Robertobattiston

Si chiama 21256 Robertobattiston l'asteroide attribuito al Presidente dell'ASI su proposta dell'Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia, Donato Amoroso

Un “pezzo” di cosmo porterà il nome di Roberto Battiston, Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana e noto fisico. Sarà l'asteroide 21256-1996CK a prendere il nome di 21256 Robertobattiston

L'asteroide è stato scoperto dall'ingegnere Claudio Casacci di Thales Alenia Space, appassionato di astronomia. A proporre di dedicare il nome dell’asteroide a Roberto Battiston sono stati l’Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia, Donato Amoroso, e Walter Cugno, SVP Esplorazione & Scienza di Thales Alenia Space.

21256 Robertobattiston è un asteroide della fascia principale. Scoperto nel 1996 da Claudio Casacci e Maura Tombelli con le osservazioni condotte con il telescopio di Cima Ekar dell'INAF, presenta un'orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 3,2115893 UA e da un'eccentricità di 0,1808348, inclinata di 2,15716° rispetto all'eclittica. 

La consegna del certificato di assegnazione della denominazione (nella foto il Presidente dell'ASI Roberto Battiston e l'Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia, Donato Amoroso) è avvenuta a Torino, presso gli stabilimenti della Thales Alenia Space Italia, nel corso della visita di una delegazione cinese del China Manned Space Agency  (CMSA). 

ASITV

ASITV: Prove generali per Orion

Dopo la verifica del funzionamento dei motori dello Space Launch System di Orion, è toccato ora al sistema di paracadute della capsula. Continua così la nuova corsa allo spazio della Nasa, che punta a ricominciare a giocare un ruolo attivo nel trasporto degli astronauti.

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