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ESPANSIONE ACCELERATA

Esiste davvero l’energia oscura?

Uno studio condotto sulle supernove di tipo "Ia" mette in dubbio l’ipotesi dell’espansione accelerata dell’Universo, determinata dalla spinta dell’energia oscura

Potrebbe, in realtà, non esistere affatto la misteriosa energia oscura, che permea circa il 70% dell’Universo, e rappresenta uno dei pilastri del cosiddetto modello standard della cosmologia.

 

Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, firmato da tre ricercatori in forze presso il Niels Bohr Institute dell’University of Copenhagen, la Oxford University, e l’Università di Torino.

 

L’esistenza di questa enigmatica energia del vuoto è stata ipotizzata dagli studiosi negli anni ’90, per spiegare l’espansione accelerata dell’Universo.

 

Nel 2011 ha ricevuto il sigillo del premio Nobel per la Fisica, assegnato a tre studiosi di due gruppi indipendenti - Saul Perlmutter, Brian P. Schmidt e Adam G. Riess - “per la scoperta dell’espansione accelerata dell’Universo, attraverso l’osservazione di supernove distanti”. I tre scienziati hanno, infatti, dimostrato come le supernove di tipo Ia più lontane dalla Terra si allontanino più rapidamente di quelle che si trovano, invece, a minore distanza.

 

I tre firmatari del nuovo studio mettono, adesso, in dubbio le conclusioni delle ricerche premiate con il Nobel nel 2011. Analizzando 740 supernove di tipo Ia, resti di violente esplosioni di stelle giunte alla fine del loro ciclo di vita, scrivono di aver trovato “evidenze marginali” dell’accelerazione cosmica dalle supernove di tipo Ia.

 

“Abbiamo analizzato un numero di supernove dieci volte superiore a quello delle precedenti indagini - spiega Subir Sarkar, della Oxford University, uno dei tre firmatari dello studio -. E la prova dell’espansione accelerata è al massimo a livello di 3 sigma come significatività statistica, lontana quindi dai 5 sigma richiesti per poter parlare di scoperta”.

 

Lo studioso cita come esempio la presunta particella fantasma emersa dagli ultimi dati raccolti nei mesi scorsi dall’acceleratore LHC del CERN di Ginevra. Un cugino pesante del Bosone di Higgs, con una massa di 750 GeV, la cui possibile esistenza, lo scorso dicembre 2015, era stata indicata con una significatività di 3,4 e 3,9 sigma. Poi scesa a 1 sigma ad agosto, in seguito a successive analisi, che hanno dimostrato come si trattasse, invece, di una fluttuazione statistica e non di una nuova particella.

 

“È abbastanza probabile - continua Sarkar - che siamo stati fuorviati, e che l’apparente manifestazione dell’energia oscura sia, in realtà, la conseguenza di un’analisi dei dati basata su un modello teorico molto semplificato. Un modello - chiarisce l’esperto - costruito negli anni ’30, molto prima della raccolta dei primi dati sperimentali”.

 

Lo scienziato riconosce, tuttavia, che “saranno necessari molti lavori per convincere la comunità scientifica”, che l’inesistenza dell’espansione accelerata dell’Universo, e quindi della stessa energia oscura, possa davvero riflettere la realtà.

 

Alcuni astrofisici hanno, infatti, accolto con freddezza questa nuova ipotesi. Tra loro Paul Sutter, dell’Ohio State University, che su Space.com sottolinea come il moto delle supernove di tipo Ia non sia l’unica evidenza a favore dell’espansione accelerata dell’Universo, citando ad esempio gli studi sulla cosiddetta radiazione cosmica di fondo, l’eco del Big Bang. “Abbiamo molte evidenze, indipendenti - afferma Sutter -, e puntano tutte a un Universo con energia oscura”.

 

Una possibile risposta sull’esistenza o meno dell’energia oscura potrebbe arrivare in futuro dallo European Extremely Large Telescope (E-ELT), il telescopio ottico di prossima generazione dello European Southern Observatory (ESO), con un diametro dello specchio primario di 39 metri, che sarà costruito nel deserto di Atacama, in Cile, e dovrebbe entrare in funzione a partire dal 2025.

 

Foto: Immagine dei resti della supernova di tipo Ia 0509-67.5 ottenuta con Hubble e Chandra X-ray Observatory.
Crediti: NASA, ESA, and B. Schaefer and A. Pagnotta (Louisiana State University, Baton Rouge); NASA, ESA, CXC, SAO, the Hubble Heritage Team (STScI/AURA), J. Hughes (Rutgers University)