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Contro il pericolo asteroidi

Il sistema per il monitoraggio dei Near Earth Objects è un primato tutto italiano. Che compie dieci anni

Al dipartimento di matematica dell’Università di Pisa festeggiano il decennale: proprio qui, nel 1999, è stato messo a punto il primo sistema automatico al mondo per prevedere e analizzare eventi di collisione tra i cosiddetti NEO (Near-Earth Objects, come asteroidi e meteore) e la supeficie terrestre. Un complesso algoritmo battezzato allora Clomon-1, dal quale nel 2002 furono sviluppati il Clomon-2 e il programma Sentry (sentinella) del JET (Jet Propulsion Laborator) della NASA. Il “padre” di questo progetto è il professor Andrea Milani Comparetti, un matematico fiorentino che insegna da anni proprio all’Università di Pisa. “Sono calcoli che si potevano fare anche prima – spiega Milani – solo che richiedevano tempi lunghissimi, anche anni, tali da rendere inutili i risultati per un utilizzo pratico. Oggi invece, dato un asteroide noto, con il nostro algoritmo noi possiamo rispondere velocemente ad ogni domanda sulle probabilità di collisione con la Terra, compresi i dettagli sulla traiettoria”.  Un successo tale, che all’inizio del millennio dagli Stati Uniti è arrivato a Pisa Steven Chesley, della NASA, per poi sviluppare in patria il programma Sentry. A Pisa, il software Clomon-2 è oggi il cuore del progetto NEODyS (Near-Earth Objects Dynamic Site), che mette online tutti i dati relativi al monitoraggio dei NEO e delle loro probabilità di impatto con la Terra: con quello della NASA è il più importante servizio mondiale di questo tipo. Nel frattempo l’ASI è diventata partner del progetto, inserendolo nei propri programmi di finanziamento dal 2008.

 

 

Per capire l’estrema attualità di questa materia si può partire dalla vicenda del Tc3, il meteorite schiantatosi nel deserto del Sudan il sette ottobre dello scorso anno (nella foto, l'immagine della sua scia durante l'ultima fase della caduta). Una vicenda cui la rivista Nature ha recentemente dedicato un lungo articolo prendendo spunto dai risultati delle analisi sulla composizione dei resti rinvenuti, resi pubblici dalla NASA a marzo 2009. Tc3 era stato avvistato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre da un osservatorio in Arizona che ha subito inviato i dati al Sentry e al Clomon-2, che calcolò in 99,8 su cento le probabilità di impatto. Per la prima volta in assoluto si è potuto così seguire un NEO (Near earth object) in rotta di collisione con la Terra per tutto il suo viaggio, dal momento dell’individuazione – 19 ore prima - fino all’impatto. Il piccolo Tc3 (diametro di circa 5 metri) è entrato nell’atmosfera terrestre con una velocità di circa 12,4 chilometri al secondo, per poi esplodere con una potenza di circa 2 chilotoni a 37 chilometri di altezza, nella zona desertica a nord del Sudan. Il comandante del volo di linea 592 della Klm sulla rotta Johannesbourg-Amsterdam, opportunamente allertato, ha potuto vedere i lampi dell’esplosione a circa 1,4 chilometri di distanza. Due mesi dopo, a dicembre 2008, l’astronomo californiano Peter Janniskens e quello sudanese Hamid Shaddad, assieme a un gruppo di una quarantina di studenti, ha setacciato la zona raccogliendo sulla sabbia gialla 47 frammenti di un colore nero intenso: il più piccolo pesava un grammo e mezzo, il più grande poco meno di tre etti.

 


A prescindere dall’interesse rivestito dalla composizione minerale dei frammenti, la questione centrale appare come monitorare i NEO in modo da prevedere sempre con sufficiente anticipo eventuali collisioni. Perché non sempre gli asteroidi sono così piccoli e quando cadono possono teoricamente puntare anche su zone abitate, che corrispondono a circa il 10 per cento del pianeta. “Bisogna tenere presente – spiega Milani – che statisticamente un oggetto di un chilometro di diametro colpisce la Terra ogni milione di anni, uno di 50 metri di diametro ogni 300 anni e uno di 5 metri o meno tutti gli anni”. E che, naturalmente, le esplosioni all’attrito con l’atmosfera variano di intensità in modo proporzionale. Nel 1908, a Tunguska in Siberia, avvenne ad esempio una collisione di ben altre proporzioni: l’esplosione provocata fu di 5 megaton, una enormità (la bomba di Hiroshima era di soli 10 kiloton). Per fortuna le conseguenze furono trascurabili perché la zona era praticamente quasi disabitata. “Ma se Tc3 avesse puntato su Kartoum – domanda Milani – avremmo fatto in tempo, in 19 ore, ad evacuarla? Sicuramente no. Ecco perché catalogare e monitorare sempre i NEO è importantissimo”.

 

 

Non a caso, il programma Clomon-2 costituisce uno degli apporti più qualificanti del contributo italiano al progetto dello SSA, lo Space Situation Awareness promosso dall’Agenzia Spaziale Europea. Alla ministeriale dello scorso anno è stata avviata la fase di studio, che durerà tre anni e per la quale sono stati raccolti 55 milioni di euro di finanziamenti. Per la fase realizzativa, che prevede tra l’altro lo sviluppo di telescopi potentissimi, serviranno naturalmente somme di ben altra dimensione, nell’ordine dei miliardi di euro. Ma la portata strategica del programma, sul piano industriale, tecnologico e commerciale è tale da renderlo imprescindibile.