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Venere come le Hawaii: i "punti caldi" del pianeta rivelano attività vulcaniche recenti

Su Science lo studio realizzato grazie ai dati dello strumento italiano VIRTIS sulla sonda ESA Venus Express

09 Apr 2010

Cosa hanno in comune Venere e la sua atmosfera luciferina con gli scenari paradisiaci delle isole Hawaii? Difficile immaginare dei punti di contatto tra due "mondi" tanto diversi.  Eppure uno studio pubblicato oggi su Science prende le mosse proprio dalle analogie tra questi due luoghi del cosmo (apparentemente) tanto diversi. La ricerca, realizzata dal team di Venus Express guidato da Suzanne Smreakar del JPL (Jet Propulsion Laboratory) di Pasadena, comprova la presenza di attività vulcaniche recenti sul pianeta venusiano evidenziate dalla presenza di depositi lavici con un'età minima di "appena" 250.000 anni.

Per "scovare" i segni di attività vulcanica su Venere dunque, gli scienziati hanno dapprima guardato alla Terra: esistono infatti sul nostro pianeta dei "punti caldi", detti anche hot-spot, situati appena sotto la superficie terrestre, costuiti da sacche di magma e caratterizzati da un'attività vulcanica di lungo periodo. Tali hot-spot, uno dei quali in seguito a numerose eruzioni ha dato vita alle isole Hawaii, presentano in superficie dei segni distintivi: vulcanismi, vaste alture e anomalie gravitazionali.

 

Applicando il modello terrestre sono stati osservati su Venere nove hot-spot, aree con catteristiche analoghe all'arcipelago hawaiano che suggeriscono la presenza in profondità di "mantle plumes", zampilli di magma primordiale identificati come possibili attivi.
Tre dei nove punti caldi, localizzati nelle regioni di Imdr, Themis e Dione (nell'immagine a destra), sono stati mappati dalla sonda ESA Venus Express e più precisamente dallo spettrografo VIRTIS (Visible and Infrared Thermal Imaging Spectrometer), una potente telecamera a infrarossi realizzata per conto dell'ASI, con la leadership scientifica dell'INAF.

VIRTIS ha guardato attraverso la densa atmosfera venusiana registrando sulle zone oggetto di studio delle anomalie termiche superficiali. Il team della Smreaker ha così scoperto che le colate laviche solidificate che compongono il suolo venusiano in corrispondenza dei tre hot spot emettono una grande quantità di calore se comparate con le zone limitrofe. Ciò significa che l'area presa in esame ha subito solo in parte il processo di degradazione delle rocce avvenuto a causa dell'esposizione all'estremo clima venusiano.
Fattore che ha portato gli scienziati a conferire ai getti lavici sedimentati un'età relativamente giovane, compresa tra i 2 milioni e mezzo di anni e i 250.000 anni.

Ciò non solo conferma l'ipotesi di attività vulcaniche recenti su Venere ma suggerisce anche la possibilità, corroborata dalle analisi topografiche e gravitazionali, che sotto la crosta del pianeta, in corrispondenza dei punti caldi, si nascondano dei "mantle plumes" e che, quindi, il pianeta sia ancora oggi geologicamente "vivo" e il rimodellamento della superficie sia tutt'ora in corso.

L'obiettivo dei ricercatori era non solo scoprire se Venere sia o meno geologicamente attivo ma anche studiare come il pianeta abbia rimodellato la sua superficie negli ultimi miliardi di anni e quanto questi due fattori abbiano inciso sulle dinamiche interne del pianeta e la sua evoluzione climatica. "VIRTIS continua a fornirci nuove, fondamentali scoperte su Venere" commenta Giuseppe Piccioni dell'INAF-IASF (Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica), Principal Investigator di VIRTIS e coautore dello studio. "Grazie ad esso siamo stati in grado di studiare con grande accuratezza la superficie del pianeta e la sua atmosfera, potendone determinare la composizione chimica e la dinamica delle sue correnti”. “Pensare ora a Venere come a un pianeta geologicamente attivo, ci permette anche di comprendere molte anomalie presenti nella sua atmosfera”. Se oggi conosciamo meglio l'ambiente del "gemello bollente" della Terra, è anche merito di questo strumento quasi tutto italiano.