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Partito KEPLER a caccia di un’altra Terra

È il primo telescopio Nasa per cercare pianeti extrasolari abitabili. Missioni simili per ESA e ASI

Siamo soli nella nostra galassia? Oppure, da qualche parte là fuori, esistono altri mondi simili alla Terra, dove potrebbe essersi sviluppata la vita? A questi interrogativi che da sempre assillano l’umanità cercherà di rispondere la missione KEPLER della NASA, la prima progettata appositamente per dare la caccia a un pianeta extrasolare abitabile, ovvero con caratteristiche compatibili con la vita. Il lancio del telescopio orbitante – battezzato in nome dell’astronomo polacco che esattamente 400 anni fa, nel 1609, scopriva le orbite ellittiche dei pianeti – è avvenuto il 6 marzo 2009 dalla Cape Canaveral Air Force Station a bordo di un lanciatore Delta II. La data di partenza è stata posticipata di qualche giorno dopo il fallimento della missione OCO (Orbiting Carbon Observatory) che ha spinto la NASA a mettere a punto ulteriori test sulle componenti comuni tra il razzo DELTA II e il razzo TAURUS che trasportava il satellite precipitato in mare.

 

 

KEPLER scandaglierà per tre anni e mezzo una regione della Via Lattea nota come Cigno-Lira. In mezzo alle 100.000 stelle che popolano questa zona non troppo lontana, potrebbero nascondersi, secondo le stime della NASA, una cinquantina di pianeti rocciosi che distano dal proprio sole a sufficienza perché le temperature consentano all’acqua di scorrere liquida, una condizione, questa, ritenuta indispensabile per lo sviluppo della vita.

 

 

Dal 1994 a oggi gli astronomi hanno scoperto circa 340 pianeti extrasolari, ma il loro numero cresce continuamente. Tuttavia, nessuno di questi ha caratteristiche simili alla Terra. Si tratta per lo più di pianeti gassosi e di grandi dimensioni, più simili a Giove o Saturno. Il più piccolo è stato stanato dal telescopio spaziale francese COROT: è grande circa il doppio della Terra, ma la temperatura superficiale è di oltre 1.000 °C. Osservare un pianeta di dimensioni inferiori non è facile. Con i telescopi terrestri è addirittura impossibile. La luminosità delle stelle impedisce ogni possibilità di percepire il passaggio di oggetti celesti di piccole dimensioni come la Terra: il limite per la scoperta da telescopi terrestri è infatti un rapporto di circa uno su trecentomila tra pianeta e la sua stella. Se il passaggio davanti al Sole di un pianeta grande come Giove ne offusca la luminosità di circa l’1%, l’effetto per un pianeta delle dimensioni della Terra si riduce a meno dello 0,0001 per cento.

 

 

KEPLER ha la carte in regola per riuscire nell’impresa. Il suo telescopio di 95 centimetri di diametro è attrezzato con una videocamera da 95 mila pixel, la più potente mai mandata nello spazio (basti pensare che le macchine fotografiche professionali non superano i 15 megapixel). Questo strumento di straordinaria sensibilità dovrebbe consentire a KEPLER di rilevare l’oscuramento periodico e semi-impercettibile dovuto al transito del pianeta davanti alla stella. KEPLER può misurare variazioni di luminosità di 20 parti su un milione. Secondo i tecnici della NASA, equivale ad avvertire dallo spazio la diminuzione di luce che produce una persona passando davanti ad una veranda illuminata.

 

 

“Se KEPLER scoprisse pianeti simili alla Terra, le implicazioni per la nostra conoscenza dell’Universo sarebbero profondissime”, afferma Enrico Flamini responsabile dell’Unità ricerca dell’Universo dell’ASI. Aggiunge Elisabetta Tommasi, responsabile per ASI di un progetto dell'ESA simile a KEPLER: “Il passo successivo nella ricerca di pianeti extrasolari sarà la loro caratterizzazione, la stima cioè di parametri fondamentali come massa, raggio ed età, che si possono ottenere effettuando l’analisi sismica delle stelle intorno alle quali orbitano. È questo lo scopo principale della missione PLATO (PLAnetary Transits and Oscillations of stars), attualmente in fase di studio da parte dell'Agenzia Spaziale Europea. PLATO prevede un importante coinvolgimento italiano e, se supererà le prossime fasi di selezione, sarà lanciato nel 2017”.

 

 

“PLATO sarà in grado di misurarla massa e il raggio di un eventuale gemello della Terra con un errore non superiore all’un per cento”, precisa Flamini. “Successivamente, andremmo a verificare la presenza dell’acqua. L’ASI sta affinando le tecniche per rilevare acqua sfruttando particolari radiazioni che essa emette”.