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TIANGONG - 1

Nota UNOOSA alla Cina

Secondo quanto riporta il quotidiano on line Space.com, il Dipartimento per gli Affari Extra Atmosferici dell'ONU avrebbe chiesto alla Cina di dare evidenza delle varie fasi di rientro del laboratorio spaziale Tiangong-1

Notifica dell’UNOOSA (il Dipartimento ONU per le attività spaziali) alla Cina per il rientro incontrollato del modulo orbitante robotico Tiangong-1, rientro che dovrebbe avere luogo entro i prossimi otto mesi e comunque non prima del febbraio 2018. È quanto riporta Space.com.

 

Tiangong-1, in orbita intorno alla Terra dal settembre 2011, ha smesso di funzionare nel 16 marzo 2016. Ad oggi navicella spaziale ha mantenuto la sua integrità strutturale.

 

L'orbita operativa del laboratorio spaziale è sotto costante e stretta sorveglianza da parte delle istituzioni spaziali cinesi. La sua attuale altitudine media è di 349 chilometri, ma, secondo quanto riporta la segnalazione dell’UNOOSA, la sua orbita decade giornalmente di circa 160 metri di altezza.

 

Secondo quanto riporta la China Space Coorporation, la principale azienda statale cinese per le attività spaziali, il laboratorio spaziale si disintegrerà al suo rientro nell’atmosfera e la percentuale di rischio per possibili danni all’aviazione civile o a terra è estremamente bassa.

 

Nella sua nota l’UNOOSA invita la Cina a non sottovalutare il rientro del laboratorio e a darne ampia informazione pubblica, e ad avvalersi del comitato di coordinamento internazionale per i detriti spaziali.

 

Inoltre dovrà informare tempestivamente lo stesso UNOOSA riguardo le previsioni per la tempistica di rientro.

 

Non è la prima volta che moduli di stazioni orbitanti piuttosto che satelliti siano rientrati sulla Terra. E per fortuna non si ricordano di danni a persone e anche a cose. L’unica storia che si tramanda racconta di una mucca colpita da un residuo spaziale in un’area desertica del nord Africa. Ma sembra più una leggenda metropolitana.

 

Vi sono esempi importanti, come quando, nel 2000, fu accompagnata nel suo rientro a Terra la stazione spaziale orbitante russa MIR: quello che restò di lei dopo l’essersi bruciata al rientro nell’atmosfera cadde nell’Oceano Indiano.

 

Stessa sorte, oceano diverso, anche per un satellite italiano, Beppo Sax, nel 2003. Tutte operazioni continuamente monitorate da Terra, onde ridurre al minimo i rischi di impatto di qualche residuo sopravvissuto al calore del rientro.

 

Ciò non toglie che il problema dei detriti spaziali stia diventando importante e le agenzie spaziali stanno cooperando non solo per nuovi criteri di costruzione, come ad esempio una riserva di carburante per essere spostato su un’orbita esterna, come anche quella del recupero di quanto già oggi esistente. E in questo caso la soluzione robotica è la prevalente.