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L'EDITORIALE DI BATTISTON SU LA STAMPA

Marte, il ruolo italiano nella missione

"Non è un caso che il nostro Paese abbia la leadership di questa missione ambiziosa e complessa che porterà l’Europa per la prima volta su Marte"

Quando la potenza del Proton si libera nella gigantesca fiammata, per un attimo al cosmodromo di Baikonur il tempo si ferma. Il boato dell’esplosione controllata che spinge verso lo spazio il razzo con il carico di scienza e tecnologia di Exomars ha il fascino tremendo del mito. Gli uomini osano cercare oltre i limiti. Oltre la nostra Terra. Eppure tutto questo ci appartiene, è il nostro DNA.

 

Lasciando mari e terre conosciute andiamo in orbita e ci spingiamo alla ricerca delle origini della vita, forse delle nostre origini, sul Pianeta Rosso da sempre fonte di un fascino irresistibile. Un richiamo che oggi è una sfida tecnologica e industriale a cui l’Italia ha contribuito fin dall’inizio.

 

Non è quindi un caso che il nostro Paese abbia la leadership di questa missione ambiziosa e complessa che porterà l’Europa per la prima volta su Marte cercando nel sottosuolo la risposta al mistero dei misteri, quello della nostra solitudine nell’Universo.  Exomars è la grande doppia missione dell’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia ha investito quasi 400 milioni di euro e le sue migliori eccellenze scientifiche e industriali, a partire dal prime contractor Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Finmeccanica e Thales.

 

Un Italia, quella spaziale, oggi alle prese con la prospettiva dello sfruttamento commerciale dello spazio. Abbiamo lanciatori competitivi ed efficienti come il Vega di Avio, industrie leader nella tecnologia spaziale come Finmeccanica, altre  che come Altec sono specializzate nel controllo e nella logistica o stanno portando nello spazio innovazione e piccoli satelliti come Sitael o Argotech. Centri di ricerca all’avanguardia come il CIRA, Università e Enti di ricerca conosciuti in tutto il mondo. Siamo la sesta nazione al mondo per capacità spaziale.

 

Un patrimonio di cui essere orgogliosi, risultato di 50 anni di storia e di investimenti. Oggi siamo ad un punto di svolta, assistiamo ad un Rinascimento che viene dallo spazio. Le tecnologie spaziali hanno un impatto incredibile sulla nostra vita: monitoriamo con estrema precisione gli oceani, le dinamiche dei diversi ecosistemi, i cambiamenti climatici; e possiamo agire con più rapidità nel caso di disastri naturali. Una catena di nuovo valore che arriva a tutti gli utenti (istituzionali, commerciali e privati cittadini) grazie al volano di internet. Noi lo chiamiamo Rinascimento Spaziale, gli americani lo chiamano New Space Economy.

 

Secondo l’OECD oggi il fatturato annuo dell’economia dello spazio a livello globale si aggira su 300 miliardi di dollari. Numeri che possono lievitare con la  transizione dalla Space Economy della manifattura a quella dei servizi che grazie ad internet possono essere moltiplicati a costi irrisori.

 

Il servizio satellitare diventa quindi un’utilità a basso prezzo che genera fatturato in modo indiretto grazie a quelle aziende che anticipano i bisogni della nostra società. Un esempio è la californiana Planet Labs. Nata nel 2011 a San Francisco mettendo in orbita 28 nanosatelliti per l’osservazione della Terra lanciati dalla Stazione Spaziale Internazionale, oggi ne ha 71 in orbita e ha raccolto 200 milioni di dollari di investimenti di venture capital.  E’ il modello americano in grado di utilizzare l’enorme mole degli investimenti pubblici – tra i 40 e i 60 miliardi di dollari l’anno – come volano per far partire gli investimenti privati. E far così crescere all’ombra della NASA i nuovi imprenditori dello spazio provenienti da altre esperienze, come Jef Bezos, Elon Musk o Richard Branson.

 

Ma non ci sono solo le star. Dietro c’è un sistema di space venture capitalist che dal 2000 al 2015 ha raccolto oltre 13 miliardi di dollari di investimenti, due terzi solo negli ultimi 5 anni. Dei 250 venture capitalist dello spazio il 66% opera negli Stati Uniti e la metà – guarda caso – sta in California. Recentemente SpaceX, quelli dei lanciatori che rientrano atterrando (ancora con qualche problemino) è entrata nel gruppo delle Unicorn Companies, le start-up che sono arrivate o hanno superato il miliardo di dollari di valore.

 

Il motto di questi imprenditori è semplice: “You can now makemoney with space investment”. Ora si possono fare i soldi. E al Congresso di Washington gli danno una mano. A novembre hanno approvato un disegno di legge sullo sfruttamento delle risorse degli asteroidi dando un chiaro segnale di quanto sia importante la Space Economy. Questa è la strada, non solo in America ma anche in Italia, dove il Governo negli ultimi due anni ha aumentato gli stanziamenti e ha voluto investire nei micro satelliti, uno dei programmi di avanguardia dell’ASI. La prossima tappa è l’approvazione del disegno di legge sullo spazio che istituisce presso la Presidenza del Consiglio il Comitato interministeriale per le politiche  aerospaziali. Un passo importante, prima che il lander Schiaparelli arrivi a ottobre su Marte.