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GEMELLI NELLO SPAZIO

I Kelly e la sinfonia della scienza

Continua il programma ‘Twins Study’ della NASA, che sta analizzando il DNA dei gemelli astronauti Scott e Mark Kelly per valutare i diversi effetti della microgravità. Ecco gli ultimi risultati

“Comincia con un solo strumento. Poi un altro si unisce. Prima che tu possa rendertene conto, davanti a te sta suonando una maestosa sinfonia.”

 

Si apre con queste parole l’ultimo annuncio della NASA sull’ormai famoso Twins Study, il programma dell’agenzia spaziale americana dedicato ad analizzare gli effetti della microgravità nello spazio sul DNA di due gemelli.

 

Si tratta di Scott e Mark Kelly, entrambi astronauti, e sarebbero proprio loro i principali ‘strumenti’ di una complessa orchestra messa in piedi dalla NASA per creare la ‘sinfonia della scienza’ – come è stata chiamata la crescente quantità di risultati forniti da questo esperimento più unico che raro.

 

Ma andiamo con ordine. I gemelli Kelly, essendo omozigoti, condividono lo stesso DNA. Inoltre fanno lo stesso mestiere, e quindi hanno avuto una vita piuttosto simile.

 

Ma c’è una grande differenza: Mark ha trascorso in tutto 54 giorni nello spazio, mentre Scott ha passato quasi due anni in orbita attorno al nostro pianeta, di cui un anno intero in una missione che si è conclusa lo scorso marzo.

 

Questo ha ispirato la NASA ad attivare un nuovo filone di ricerca dedicato appunto allo studio dei gemelli, per trovare eventuali differenze biologiche tra i due Kelly prima e dopo l’ultima missione.

 

E così, dal ritorno di Scott, gli scienziati hanno iniziato ad analizzare e confrontare i dati genetici dei due fratelli, per trovare eventuali cambiamenti causati dalla microgravità.

 

I primi risultati, diffusi dalla NASA a gennaio, hanno mostrato che effettivamente qualche differenza c’era: Scott, che ha passato molto più tempo nello spazio, presentava rispetto a Mark alcune alterazioni nell’espressione genica e nella metilazione del DNA, ovvero quel meccanismo epigenetico usato dalle cellule per gestire appunto l’espressione dei geni.

 

Negli ultimi mesi questi dati sono stati messi a disposizione della comunità scientifica, e dalla ‘musica solista’ si è progressivamente passati a quella ‘sinfonica’.

 

“La bellezza di questo studio – commenta Tejaswini Mishra della Stanford University School of Medicine – sta nell’integrazione di grandi quantità di dati fisiologici, neurocomportamentali e molecolari. A partire da queste informazioni è possibile trovare correlazioni e identificare schemi biologici. Nessuno prima d’ora aveva mai analizzato così profondamente dei soggetti umani: questo studio combina una quantità incredibile di dati diversi.”

 

È esattamente a questo punto che inizia a risuonare la ‘sinfonia della scienza’ diretta dalla NASA: e, come ogni buon brano musicale, non mancano le sorprese.

Tra gli ultimi risultati infatti ce ne sono alcuni che vanno contro le ipotesi preliminari, come spiega Susan Bailey della Colorado State University: “Per mio stupore, i dati mostrano un aumento nella lunghezza media dei telomeri nel DNA di Scott Kelly, e questo è l’opposto di ciò che ci saremmo aspettati.”

 

I telomeri sono le regioni finali di un cromosoma, composte da DNA altamente ripetuto, e generalmente si accorciano con l’età. Dal momento che Scott ha trascorso oltre un anno nello spazio, gli scienziati avevano ipotizzato una lieve accelerazione del processo di invecchiamento cellulare – e di conseguenza un accorciamento dei telomeri.

 

Invece queste porzioni di DNA risultano addirittura più lunghe di prima: serviranno dunque ulteriori analisi per capire il motivo di tale apparente anomalia.

 

“Sia l’Universo che il corpo umano – commenta Chris Mason della Weill Cornell Medicine – sono sistemi complicati, e noi studiamo qualcosa che è difficile da vedere. Per questo serve un approccio alla ricerca il più possibile integrato.”