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Falcon 9, fallito il recupero in mare

Il vettore di Space X porta in orbita il suo payload ma non riesce il test di ‘landing’ del primo stadio sulla piattaforma robotizzata nell’Oceano Pacifico

 

Il successo dello scorso dicembre aveva fatto ben sperare. Ma la company USA SpaceX non ha centrato l’obbiettivo principale, il più ambizioso, del test appena eseguito.

 

Il lancio del Falcon9 dalla Vandenberg Air Force Base in California è infatti regolarmente avvenuto ieri, domenica 17, alle 10:42 locali. E l’immissione in orbita bassa del suo payload, il satellite oceanografico Jason-3 per conto di NASA e NOAA ( National Oceanic and Atmospheric Administration) è perfettamente riuscito.

 

Ma l’atterraggio controllato del primo stadio del razzo sulla drone ship Just Read The Instructions, il test su cui tutto il mondo teneva gli occhi puntati dopo il fallimento dell’unico precedente nell’aprile dello scorso anno, non è riuscito. O, meglio, non nel modo sperato.

 

Di fatto è avvenuto un soft landing sulla piattaforma robotizzata, ma il primo stadio del vettore si è ribaltato – ed è esploso - subito dopo. La causa starebbe nel malfunzionamento del meccanismo di blocco di una delle quattro gambe di sostegno che avrebbe dovuto reggere verticalmente il razzo al momento dell’atterraggio. Da quanto riportato dal CEO di SpaceX, Elon Musk, su Instagram, che ha pubblicato il video del tentato atterraggio, il guasto potrebbe essere stato causato dalla formazione di ghiaccio dovuta dalla condensazione della pesante nebbia al momento del lift-off. Nonostante ciò il CEO si dice ottimistico per il prossimo test, che non si sa ancora quando avverrà, e guarda già al lancio che è in programma per il 6 Febbraio con il nuovo Falcon 9 v1.1 potenziato.

 

“Space X non avrà alcun problema a venire a capo dell’inconveniente – spiega il responsabile dell’Unità Lanciatori dell’Agenzia Spaziale Italiana, Alessandro Gabrielli – anche perché le altre gambe hanno funzionato perfettamente e le opportunità di lancio, da qui a fine anno, non mancano. La questione però è un’altra – sottolinea Gabrielli – e sta tutta nel valutare l’effettiva convenienza in termini puramente economici di questo programma”.

 

Il punto, secondo Gabrielli, è che “da un lato le verifiche tecniche sugli stadi riutilizzabili, indispensabili per assicurare affidabilità ai lanci, hanno un costo; e dall’altro, il mercato potrebbe rispondere chiedendo prezzi più bassi, anche di molto, rispetto a lanci effettuati con vettori ‘tardizionali’ senza componenti riutilizzate”.