

09 Ott 2009
Ci sono volute due settimane di negoziazioni, che hanno coinvolto centinaia di scienziati, ministri e rappresentanti dei diversi governi firmatari. Ma alla fine si è raggiunto un accordo di fondamentale importanza e sono stati fissati gli indicatori condivisi per il monitoraggio e la valutazione dei processi di desertificazione in atto nel pianeta. E’ questo, senza dubbio, il principale risultato della Nona Conferenza delle Parti (COP 9, Conference of the Parties) dell’UNCCD (la Convenzione dell’ONU per combattere la desertificazione) tenutasi a Buenos Ayres dal 21 settembre al 2 ottobre scorso.
L’accordo raggiunto costiuisce “una eccellente notizia e un successo rimarchevole” ha commentato il segretario esecutivo dell’UNCCD Luc Gnacadja, anche perché “si è evidenziato un alto livello di convergenza sulla necessità di un nuovo regime di insieme e un’attenzione particolare ai paesi poveri”. Il sottosegretario italiano all’Ambiente Roberto Menia ha sottolineato che “la desertificazione, il degrado del suolo e la siccità non sono un mero problema ambientale, ma minacciano la stabilità mondiale e portano a stagnazione economica, povertà, insicurezza e immigrazione”.

Attualmente i processi di desertificazione in atto interessano circa il 40% delle aree aride. Queste ultime costituiscono a loro volta grosso modo il 20% della superficie terrestre. A minacciarle, a parte l'inquinamento, è soprattutto l’eccessivo sfruttamento agricolo, la deforestazione, la cattiva irrigazione e l’impoverimento dei suoli causato dalla pastorizia.
E’ stata proprio la sessione scientifica del COP 9 di Buenos Ayres, che si è incontrata dal 22 al 24 settembre, a insistere particolarmente sulla necessità di sviluppare metodi scientifici condivisi per monitorare le aree a rischio e supportare i centri decisionali. Sottolineando sempre la centralità delle tecnologie di osservazione satellitare della Terra. L’ESA collabora ormai da quasi un decennio con l’UNCCD proprio con questo genere di programmi. Per esempio, la copertura della superficie terrestre (uno degli undici indicatori individuati al COP) può essere monitorata dallo Spazio con una efficacia notevole. Uno dei side-event del COP era intitolato proprio “L’osservazione della Terra dallo Spazio per l’UNCCD” e lo ha organizzato l’Agenzia Spaziale Europea, che era presente a Buenos Ayres anche con uno stand espositivo.
Già nel 2004 l’ESA ha lanciato un ampio progetto pilota chiamato “DesertWatch” per sviluppare un set di indicatori di degrado basati su parametri della superficie terrestre ottenuti dalle osservazioni satellitari. Un lavoro che ha coinvolto in modo particolare il Portogallo, la Turchia e l’Italia, i tre paesi dell’area europea maggiormente affetti da processi di desertificazione. E proprio il nostro paese ha successivamente realizzato il programma di osservazione satellitare duale COSMO Sky-Med, oggi operativo, che ha tra i suoi compiti “istituzionali” la difesa del suolo e la lotta alla desrtificazione.
L’importanza dello sviluppo dei programmi di osservazione satellitare come COSMO Sky-Med risalta anche alla luce del rilievo posto su un altro degli indicatori ritenuti “strategici”: l'umidità del terreno. A questo proposito l’ESA ha appoggiato il programma SHARE, che compie rilevamenti nella regione sudafricana e si sta dimostrando di grande utilità.
“Riguardo i cambiamenti climatici – ha dichiarato il segretario generale dell’ONU Banki-Moon in un messaggio mandato al COP 9 – la comunità internazionale tende comprensibilmente a focalizzarsi sul taglio delle emissioni di gas serra. Ma per affrontare il tema in tutta la sua complessità – ha sottolineato Banki-Moon – è necessario andare oltre e prendere nella dovuta considerazione tutti i legami esistenti tra i cambiamenti climatici, il degrado dei suoli e i processi di desertificazione”.